Agenzia Hawzah News – Yosef Mizrachi, rabbino haredi israeliano, ha dichiarato che Israele avrebbe dovuto colpire la moschea di al‑Aqsa durante l’attacco missilistico iraniano del 15 giugno, attribuendo poi la responsabilità a Teheran. «Se fosse dipeso da me – ha affermato – avrei colpito la moschea di al‑Aqsa contemporaneamente all’attacco iraniano, e avrei dichiarato che si trattava di un missile iraniano caduto per errore. Dobbiamo farlo, e lasciare che gli arabi e l’Iran si scannino tra loro, un branco di pazzi che si combattono».
Le parole di Mizrachi, diffuse attraverso i social media e rilanciate da diverse testate internazionali, si inseriscono in un clima già teso, segnato da scontri regionali e da una crescente pressione sul complesso della moschea di al‑Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam. Secondo il Middle East Monitor, il rabbino avrebbe anche evocato la possibilità di approfittare del caos per costruire il cosiddetto “Terzo Tempio” al posto del santuario islamico.
La dichiarazione ha suscitato reazioni critiche da parte di osservatori internazionali e di esponenti religiosi musulmani, che hanno denunciato l’incitamento alla violenza e la strumentalizzazione dei luoghi sacri a fini politici. Alcuni analisti hanno sottolineato il rischio che simili affermazioni alimentino ulteriormente le tensioni tra le comunità religiose e i Paesi della regione.
Le parole di Mizrachi, pronunciate in un momento di alta instabilità geopolitica, non sono un’uscita isolata, ma riflettono una deriva ideologica che in settori dell’ebraismo sionista radicale legittima la distruzione dei luoghi sacri islamici e la manipolazione del conflitto regionale. Invece di contenere la tensione, simili dichiarazioni alimentano l’escalation e mostrano come, in certi ambienti israeliani, la provocazione religiosa sia considerata uno strumento politico.

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