Agenzia Hawzah News – Si parlava di negoziati, si discuteva di cooperazione, sicurezza regionale e contrasto ai traffici illeciti, e proprio in quel momento è arrivato l’attacco. Le forze statunitensi hanno colpito obiettivi in territorio venezuelano con operazioni ufficialmente presentate come azioni contro il narcotraffico, ma che nei fatti hanno assunto un carattere militare pieno. Le incursioni hanno comportato la distruzione di infrastrutture ritenute sensibili, l’affondamento di imbarcazioni veloci e vittime tra gli equipaggi, segnando una significativa escalation nelle dinamiche di pressione su Caracas.
Caracas ha denunciato che gli attacchi sono avvenuti in aree sottoposte a controllo regolare delle forze venezuelane e in zone dove non era in corso alcuna attività criminale documentata. Secondo il governo venezuelano, le unità colpite stavano svolgendo compiti ordinari di sorveglianza marittima. L’operazione è stata pertanto definita una violazione diretta e deliberata della sovranità nazionale, condotta senza coordinamento e in aperto contrasto con il diritto internazionale.
A rendere l’episodio ancora più grave è la notizia giunta nelle ultime ore, secondo cui gli attacchi avrebbero colpito anche la tomba di Hugo Chávez. Se confermata, si tratterebbe non solo di un atto di forza militare, ma di un gesto dal profondo valore simbolico, percepito come un’offesa diretta alla memoria storica, all’identità politica e alla dignità nazionale del Venezuela.
La tempistica è particolarmente significativa. Poche ore prima, il governo venezuelano aveva dichiarato la propria disponibilità ad aprire un nuovo ciclo di dialogo su questioni economiche e di sicurezza, lasciando intendere anche la possibilità di una cooperazione tecnica nel contrasto al traffico di droga. Quelle dichiarazioni erano ancora al centro del dibattito pubblico quando è scattato l’attacco, creando l’impressione netta di una scelta calcolata: colpire nel momento di massima esposizione politica e diplomatica dell’interlocutore.
Un ulteriore elemento di tensione emerge da reportage di media internazionali come la CNN, secondo cui non tutti i livelli del governo statunitense — in particolare il Congresso — sarebbero stati informati preventivamente dell’imminente azione. In base a tali ricostruzioni, alcune operazioni recenti, condotte attraverso apparati di sicurezza e intelligence, non sarebbero state precedute da un briefing formale ai legislatori. Questo dato solleva interrogativi rilevanti sulla trasparenza del processo decisionale e sulla legittimità costituzionale di scelte assunte in ambito militare, evidenziando al contempo tensioni strutturali tra potere esecutivo e legislativo negli Stati Uniti.
In questo contesto di crescente tensione, Donald Trump ha pubblicato un messaggio sul proprio social affermando che gli Stati Uniti avrebbero catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie e li avrebbero fatti uscire dal Paese a seguito di un’operazione militare di larga scala. CBS News e altri media internazionali hanno riportato il contenuto del messaggio diffuso da Trump, senza che al momento vi siano conferme ufficiali o riscontri indipendenti sull’effettiva esecuzione dell’operazione. Secondo Sky News, che cita fonti dell’opposizione venezuelana, la presunta cattura di Maduro sarebbe stata il risultato di una trattativa negoziata. Di contro, fonti governative venezuelane hanno smentito tali ricostruzioni, definendo false le notizie relative all’arresto del presidente e di sua moglie. In questo clima di forte incertezza e guerra informativa, è inoltre atteso a breve un intervento pubblico dello stesso Trump, dal quale potrebbero emergere ulteriori elementi utili a chiarire la reale portata degli eventi. Questa escalation comunicativa contribuisce ad alimentare un contesto di forte tensione, confusione informativa e pressione psicologica, tipico delle fasi più delicate dei conflitti politici e militari.
Questa dinamica richiama da vicino quanto già osservato in altri contesti internazionali, inclusa l’aggressione israeliana contro l’Iran: azioni improvvise e fulminee portate avanti mentre sono in corso contatti diplomatici, colloqui indiretti o aperture negoziali. In questi casi, il messaggio implicito è sempre lo stesso: la forza militare resta lo strumento decisivo, anche quando il linguaggio ufficiale continua a richiamare il dialogo.
Questa sequenza di eventi deve essere letta anche come un segnale d’allarme per l’Iran. L’esperienza dimostra che operazioni di questo tipo non restano isolate, ma tendono a riprodursi secondo schemi “gemelli” in teatri diversi. Così come il Venezuela è stato colpito mentre si parlava di dialogo, anche l’Iran deve restare in massima allerta di fronte alla possibilità concreta di un’aggressione analoga da parte del regime sionista, potenzialmente condotta mentre sono in corso contatti diplomatici o aperture negoziali. La storia recente insegna che la combinazione tra pressione militare improvvisa e retorica del dialogo costituisce uno strumento ricorrente di destabilizzazione.
L’esperienza degli ultimi decenni mostra infatti un dato ricorrente. Quando un Paese apre un tavolo negoziale con una potenza globale come gli Stati Uniti, spesso si espone non a una reale distensione, ma a nuove forme di pressione. In numerosi casi, il dialogo è stato accompagnato da sanzioni aggiuntive, operazioni militari mirate, azioni clandestine o campagne di isolamento politico. È ciò che molti analisti definiscono un negoziato asimmetrico: mentre una parte parla di compromesso e cooperazione, l’altra utilizza il processo negoziale stesso come leva per rafforzare la propria posizione strategica.
Questa dinamica assume un significato ancora più chiaro nel caso venezuelano, se si considera che il Venezuela è il Paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo. La pressione esercitata contro Caracas non può quindi essere letta solo in chiave politica o ideologica, ma va inserita in una più ampia competizione per il controllo delle risorse energetiche, in cui la retorica della sicurezza e della legalità internazionale funge spesso da copertura per interessi strategici ben concreti.
In questo schema, la diplomazia non è un fine, ma uno strumento. Serve a guadagnare tempo, raccogliere informazioni, testare reazioni e colpire quando l’avversario abbassa la guardia confidando nel dialogo. Trattare con Washington, in questo quadro, significa accettare il rischio concreto di essere colpiti proprio nel momento in cui si tenta la via diplomatica.
La narrativa utilizzata per giustificare tali interventi segue uno schema ormai consolidato: costruire un pretesto politicamente spendibile, isolare il Paese bersaglio e colpire con operazioni mirate che modificano gli equilibri sul terreno senza arrivare a una guerra formalmente dichiarata. È una logica già vista in altri teatri, dove la diplomazia viene evocata mentre, parallelamente, si prepara l’uso della forza.
Il risultato è duplice e profondamente destabilizzante. Da un lato si comprime la sovranità nazionale del Paese colpito; dall’altro si erode la credibilità stessa dei processi negoziali. Quando un attacco avviene nel mezzo di un tentativo di dialogo, il messaggio è inequivocabile: la diplomazia può essere svuotata di significato e resa irrilevante da decisioni prese altrove.
Denunciare questa dinamica non è una scelta ideologica, ma un dovere civile e politico. La pace non può essere costruita attraverso attacchi a sorpresa; richiede trasparenza, rispetto della sovranità, reciprocità e impegni verificabili. In assenza di queste condizioni, ogni appello al dialogo rischia di ridursi a una copertura retorica per l’uso della forza.
Posso dire con serenità, a nome del popolo iraniano, un popolo che come quello venezuelano ha conosciuto la rivoluzione, la resistenza e il peso di decenni di ingiustizie e angherie inflitte dagli Stati Uniti e dai loro alleati, che noi iraniani siamo al fianco del popolo venezuelano. La nostra è una solidarietà che nasce da un’esperienza storica comune, da ferite condivise e dalla consapevolezza di cosa significhi difendere la propria sovranità di fronte alla prepotenza imperiale.
In questo giorno benedetto, anniversario della nascita dell’Imam Ali, che coincide in modo significativo, sia nel numero sia nel giorno, con l’anniversario del martirio del tenente generale Qasem Soleimani, rivolgiamo il nostro pensiero e la nostra preghiera al popolo venezuelano. Preghiamo per la sua vittoria contro gli invasori americani, per la difesa della sua dignità nazionale e per il trionfo della giustizia su ogni forma di oppressione.
Hasta la victoria siempre!
Mostafa Milani Amin

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