Agenzia Hawzah News – Nelle ultime ore, Donald Trump ha pubblicato un post sulla sua piattaforma social Truth Social in cui avverte che gli Stati Uniti sono “locked and loaded” — pronti all’azione — e che “interverranno” qualora il governo iraniano dovesse “reprimere con violenza le proteste pacifiche in corso in Iran”. Con queste parole, Trump ha trasformato una questione interna di uno Stato sovrano in un pretesto per evocare un possibile intervento esterno, invadendo con la retorica la sfera politica e sociale dell’Iran e ignorando apertamente i principi fondamentali della sovranità nazionale e del diritto internazionale.
Le parole di Donald Trump sull’Iran — minacce, avvertimenti, allusioni a interventi definiti “umanitari” o “necessari” — non sono dichiarazioni isolate né frutto dell’impulsività. Esse rappresentano l’ennesima manifestazione di una logica imperialista che da decenni considera l’Iran non come uno Stato sovrano, ma come un problema da correggere, un corpo politico da disciplinare, una società da riplasmare dall’esterno.
Gli Stati Uniti, e Trump in particolare, pretendono di ergersi a giudici morali delle dinamiche interne iraniane. Parlano di diritti, di libertà, di protezione dei civili. Ma lo fanno senza alcuna autorità morale, dopo decenni di guerre preventive, colpi di Stato, sanzioni che hanno colpito soprattutto la popolazione civile e interventi militari che hanno lasciato dietro di sé Stati falliti, milioni di morti e intere regioni destabilizzate. Iraq, Afghanistan, Libia: l’elenco è lungo e sanguinoso. È questo il “modello” che Trump vorrebbe implicitamente evocare per l’Iran?
La Repubblica Islamica dell’Iran nasce da una rivoluzione popolare che ha rovesciato un regime imposto e sostenuto proprio da Washington. È uno Stato che, piaccia o no all’Occidente, si fonda su una propria legittimità storica, costituzionale e popolare, e che affronta le proprie tensioni interne all’interno di un quadro politico e istituzionale iraniano, non americano. Nessun presidente statunitense — tantomeno uno che ha costruito la propria carriera politica sul disprezzo del diritto internazionale — ha il diritto di dettare condizioni o minacciare interventi.
Le dichiarazioni di Trump sulle proteste interne rivelano una strategia ben nota: strumentalizzare il dissenso per giustificare pressioni esterne. Non è solidarietà verso il popolo iraniano; è l’uso cinico delle difficoltà di una società complessa per indebolire uno Stato che rifiuta di sottomettersi all’ordine unipolare statunitense. Quando Washington parla di “difendere gli iraniani”, in realtà difende i propri interessi geopolitici, il proprio dominio regionale e la sicurezza dei propri alleati.
Vi è poi un paradosso che grida vendetta. Gli stessi Stati Uniti che minacciano l’Iran per presunte violazioni dei diritti umani sostengono regimi apertamente autoritari, chiudono gli occhi davanti a occupazioni, bombardamenti e repressioni, e forniscono armi a governi responsabili di massacri ampiamente documentati. La selettività morale di Trump non è un errore: è una scelta politica consapevole.
L’Iran non ha bisogno di lezioni di sovranità né di ultimatum. Ha il diritto — sancito dal diritto internazionale — di determinare il proprio futuro senza intimidazioni. Ogni minaccia esterna rafforza solo una convinzione profondamente radicata nella società iraniana: che l’indipendenza e la resistenza non siano slogan, ma necessità storiche.
Chi oggi denuncia le ingerenze di Trump non difende un’astrazione ideologica. Difende un principio fondamentale: nessun popolo è libero se il suo destino viene deciso altrove. E l’Iran, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha dimostrato di non accettare diktat, né da Trump né da qualsiasi altro centro di potere straniero.
La Repubblica Islamica non chiede approvazione.
Chiede rispetto.
E il rispetto comincia dal silenzio delle minacce e dalla fine delle ingerenze.
Mostafa Milani Amin

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