Thursday 1 January 2026 - 06:55
Confutazione ontologica della superstizione del capodanno

Analisi ontologica di una soglia convenzionale: il capodanno come taglio concettuale privo di realtà, imposto alla continuità del reale e trasformato in rito e consumo.

Agenzia Hawzah News – Il capodanno è definito come il primo giorno dell’anno. Ma questa definizione poggia interamente su convinzioni e convenzioni prive di fondamento reale. Il giorno non è un ente reale: è un segmento arbitrario ritagliato dalla mente nel flusso continuo della realtà. L’anno non è altro che la somma convenzionale di tali segmenti; il “primo” è un’etichetta che pretende di istituire una soglia là dove la realtà non conosce fratture.

Il tempo non è un essere reale. Non esiste di per sé, non scorre, non contiene eventi. È un riflesso concettuale che la mente astrae dal movimento e dal mutamento delle sostanze materiali. Ma anche il movimento non è un ente reale: è un’astrazione, un modo della mente di ordinare ciò che percepisce. E la stessa materia, come lo spirito, prima di ogni attribuzione di priorità ontologica, è già concetto. Tempo, movimento, materia, spirito: tutte quiddità, forme intelligibili mediante le quali la mente struttura l’esperienza, non realtà autonome.

Se tempo, movimento, materia e spirito non sono enti reali, allora neppure il momento e l’evento lo sono. Essi non segnano cesure effettive nell’essere, ma ritagli concettuali di un flusso che non conosce interruzioni. Parlare di capodanno significa dunque celebrare un taglio mentale imposto su ciò che è ontologicamente ininterrotto, attribuendo consistenza a una soglia che esiste solo come convenzione, o al massimo solo come convinzione.

In verità non si festeggia un inizio, ma una fine: la chiusura simbolica di un ciclo percepito come gravoso. Ci si consola proiettando la speranza in un “nuovo” che non possiede realtà propria, affidandosi a un futuro che esiste soltanto come costruzione immaginativa. Non a caso si parla di capodanno, capo dell’anno, non di inizio dell’anno: non un nascere, ma un vertice simbolico che pretende di ordinare dall’alto una continuità che resta indifferente. È un gesto di potere simbolico, non un riconoscimento della realtà.

A questo si sovrappone la mercificazione. La soglia convenzionale diventa dispositivo di consumo: viaggi, feste, offerte, rituali di spesa. Il capodanno non fonda un tempo, non inaugura alcunché, non apre nulla: ripete il nulla, moltiplicandolo in forma di evento. È la prova che l’uomo, incapace di abitare la continuità del reale, inventa soglie per poi trasformarle in merci.

E chiamare il capodanno una superstizione non significa disprezzare un rito né offendere una sensibilità, ma qualificare correttamente il suo statuto ontologico. Superstizione è l’attribuzione di realtà, efficacia o valore fondativo a ciò che ne è privo. In questo senso, il tempo stesso è già una superstizione concettuale: non un ente, ma una costruzione della mente. Il capodanno, che assume una soglia all’interno di tale costruzione, ne rappresenta una superstizione di secondo grado. Ontologicamente, esso è la celebrazione dell’inesistente: una credenza travestita da rito, istituzionalizzata come calendario e perfezionata come consumo.

Mostafa Milani Amin

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